Un albero a 24 carati

Di Maura Andreoni. Insieme all’olivastro, al lentisco ed al terebinto, il carrubo (Ceratonia siliqua L. 1753) è stato da sempre un albero tipico della macchia mediterranea, ma non è possibile stabilire con esattezza il suo esatto luogo di origine perché l'antica presenza in Italia del carrubo selvatico porta a pensare che esso sia originario anche del nostro meridione e non solo dalle coste meridionali e orientali del Mediterraneo di cui tradizionalmente si pensa provenga.

 

In seguito, con l'invasione degli Arabi, certamente si introdusse in Italia qualche varietà a frutto migliore che in gran parte sostituì quella indigena e questa ipotesi è confermata dall'esistenza di un nome greco, κεράτιον (keràtion), e di un nome latino, siliqua, mentre tutte le denominazioni moderne europee derivano dal nome arabo al-kharrūb. A proposito del termine greco, secondo la mitologia questo albero nacque dal corno di un toro che venne colpito da un fulmine, leggenda che ha lasciato il segno appunto nel nome Ceratonia, dalla contaminazione dei nomi greci κεράς (keràs, corno) e κεραυνός (keraunòs, fulmine).

In Siria e in Asia Minore l'albero del carrubo era posto sotto la protezione di San Giorgio e ancora oggi tante cappelle dedicate in quelle zone al Santo guerriero, peraltro così caro alla città di Genova, sono ombreggiate dai carrubi.

Verso la fine del Medioevo era coltivato in tutte le terre del Mediterraneo compatibili con la sua coltura. Il carrubo è infatti un albero proprio dei luoghi poco lontani dal mare, preferisce i terreni calcari, sassosi o rocciosi e sa resistere a siccità prolungate e al caldo intenso, essendo la sua esposizione più adatta quella in pieno sole.

Era noto a tutte le popolazioni cristiane d’Europa e già utilizzato per la preparazione di prodotti medicinali e alimentari sia animale che umana. Ad accrescere la sua diffusione contribuirono le Crociate e le migrazioni dei Normanni, ma soprattutto i rapporti commerciali tra l’Oriente e l’Occidente mantenuti vivi dalle quattro Repubbliche Marinare, Genova e Venezia in primis.

Oggigiorno non è un albero fruttifero molto diffuso e la sua coltivazione, molto ridotta rispetto al passato, è limitata a poche aree della penisola, soprattutto dell'Italia meridionale e peninsulare. Non va trascurato però anche il valore ornamentale della pianta (la sua fitta e ampia chioma infatti è l’ideale per fornire ombra in un giardino) e, anche se la sua coltivazione è limitata soltanto in zone a inverni miti, se debitamente curato e in posizioni protette talvolta riesce inspiegabilmente ad adattarsi e vivere a lungo anche in zone insospettabili del nord Italia.

Le carrube al giorno d’oggi sono adoperate principalmente per l’alimentazione animale ma in Sicilia, specie nel ragusano e nel siracusano, sono ancora attive alcune industrie che trasformano il mesocarpo del carrubo in semilavorati utilizzati nell'industria dolciaria e alimentare.

È un albero poco contorto, a chioma espansa, ramificato in alto, che può raggiungere un'altezza di 10 metri e i frutti, chiamati anche vajane, permangono per parecchio tempo sull'albero, per cui possono essere presenti contemporaneamente sia frutti ormai secchi, di colore marrone, che frutti ancora acerbi, di colore verde. Molte sono le leggende che accompagnano la lunga storia del carrubo: l’albero attirerebbe i fulmini, sarebbe sede di streghe, con il suo legno sarebbero state costruite le croci dei due ladroni ..., ma la leggenda forse più conosciuta è quella che racconta della presenza, sotto le sue radici, di tesori nascosti, “truvature" in siciliano, tanto più preziosi quanto più imponente è il tronco.

Un tesoro, preannunciato in sogno addirittura dalla Madonna, sarebbe stato trovato anche da Guglielmo II di Sicilia (XII sec.) il quale, per devozione e ringraziamento, diede subito inizio ai lavori per la realizzazione, nel punto esatto dove era il carrubo, del duomo di Monreale, il più grande progetto edilizio del regno di Guglielmo, il quale peraltro lì è sepolto insieme ai genitori.

Ritenuto a torto che le carrube fossero i frutti dell'albero di loto dei Lotofagi menzionati dallo storico Erodoto nel V sec. a.C. (notizia ripetuta anche da Plinio, ma si trattava del dattero), le prime vere testimonianze dell'albero del carrubo e dei suoi frutti si trovano invece nei documenti del filosofo e botanico Teofrasto (IV/III sec. a.C.), dello storico-geografo Strabone (I sec. a.C./I sec. d.C.) e di scrittori naturalisti come Columella e Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) che, nella sua Naturalis Historia, definisce le carrube[…] non gran fatto differente dalle castagne […], se non che in questi si mangia anche la corteccia. Esse sono lunghe quanto le dita de gli uomini […]”.

Le carrube sono citate anche in due parabole, quella del “Figliol prodigo” raccontata nel Vangelo di Luca e in quella sull'altruismo di Honi e sull'importanza dei lasciti alle generazioni future (Honi semina uno speciale esemplare di carrubo che fruttificherà solo 70 anni più tardi), raccontata nel Talmud ebraico.

E si pensa anche che fossero carrube le locuste, menzionate dai Vangeli di Matteo e di Marco, di cui si cibò Giovanni Battista nel deserto insieme al miele selvatico. In effetti ancora oggi a Cufra, un'oasi della Libia sud-orientale, nella regione della Cirenaica, le carrube sono note con il nome di “locuste” e a ricordo di questa tradizione in Germania sono dette “Johannisbrot” e in Gran Bretagna “St. John’s bread” cioè “pane di San Giovanni”. (Per completezza di informazione: la datazione più comunemente accettata per i Vangeli è la seconda metà del I sec./inizio II sec. d.C., mentre il Talmud, complesso corpus di testi, fu messo per iscritto tra il II e il VII sec. d.C.). Ancora oggi nella cultura ebraica il Carrubo è albero-simbolo e viene considerato come “cibo dei profeti”.

Nella tradizione popolare siciliana il carrubo selvatico è reputato un albero infame e chiamato “arvulu di Giuda” perché ai suoi rami vi si sarebbe impiccato l'apostolo traditore. Ma molte altre piante condividono questa triste fama: il siliquastro (Cercis siliquastrum o Albero di Giuda, appunto) perché, secondo una leggenda, proprio sotto questo albero Giuda baciò Gesù indicandolo ai soldati che lo dovevano arrestare o, secondo un'altra versione, per i suoi fiori rossastri che rappresenterebbero le lacrime di Cristo e al tempo stesso la vergogna di Giuda; la rosa canina, i cui semi sono chiamati in tedesco Judasbeeren, il fico selvatico (Ficus carica) che sarebbe il discendente dell'albero cui Giuda si impiccò e che da quel momento non riesce a portare a maturazione i suoi frutti ….

Ma torniamo al carrubo. Poiché i semi del suo frutto sono tradizionalmente considerati di grandezza e peso uniformi, nel passato essi venivano usati come unità di peso nel commercio delle pietre preziose. Dal termine greco κεράτιον e arabo qīrāṭ o "karat" deriva infatti il nome dell'unità di misura “carato”, in uso per le pietre prezios e per l'oro, equivalente a un quinto di grammo.

Naturalmente, che i semi del carrubo abbiano tutti un peso uguale è una falsa credenza. In realtà la variazione del peso dei semi di carrubo presi alla rinfusa arriva ad un quarto del totale e probabilmente sono stati presi come peso comparativo solo per il fatto che è relativamente facile constatarne la differenza dimensionale a occhio nudo.

Che cosa fare dei frutti del carrubo, albero dalla produzione molto generosa? Le carrube fresche sono lassative, quelle secche risultano antidiarroiche ma, per quanto poco note, possono trovare degno spazio anche in cucina, particolarmente per la preparazione di dolci, grazie all’azione addensante della farina di carrubo (peraltro molto efficace contro le infezioni intestinali), il cui sapore ricorda vagamente quello del cacao.

Ma chi avesse la fortuna di avere un albero di carrubo in giardino e volesse trarne ispirazione per sperimentare i suoi frutti freschi in cucina, sappia che assaggiati crudi appena raccolti dall'albero, risultano particolarmente dolci, mentre una volta arrostiti la polpa si brunisce e si caramella, acquistando un sapore amarognolo che ricorda il cioccolato fondente. Per arrostirle basta disporre su una placca, in un solo strato, alcune carrube fresche e infornarle a 120° (forno non preriscaldato) per un quarto d'ora circa.  Appena sfornate, avvolgerle ancora calde e singolarmente nell'alluminio. Saranno ottimi snack da portare ovunque.

Maura Andreoni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.