Zucche dai molteplici aspetti


Autunno, tempo di zucche … ma non della zucca di Halloween parleremo, bensì di zucche e tradizioni nostrane. In linea con il taglio degli articoli con cui sono solita contribuire a questo sito, parlerò infatti delle uniche zucche presenti nel vecchio continente prima della scoperta dell'America, da dove invece provengono le zucche del genere Cucurbita: le lagenarie.

Anche le lagenarie appartengono alla famiglia delle cucurbitacee, ma il genere è diverso (Lagenaria) e ne esistono numerosissime specie: Lagenaria siceraria, Lagenaria longissima, Lagenaria vulgaris etc..

Sono piante annuali, rampicanti, con fiori bianchi dal peduncolo lungo, frutti a buccia liscia, dura e sottile. di forma varia, ma in genere simile a bottiglie più o meno allungate. Sono originarie di gran parte del vecchio mondo (dall’India all’Abissinia) e si sono diffuse ovunque abbiano trovato climi temperati.

Di questo tipo di zucca si hanno testimonianze che risalgono addirittura a 10 mila anni fa nei siti dell’Africa tropicale a sud dell’Equatore. Semi di lagenaria sono stati rinvenuti in tombe egizie a partire dal IV millennio a.C. e per la loro forma sono da sempre state utilizzate per usi non solo culinari.

Della Lagenaria siceraria, per esempio (detta anche zucca a fiasco, zucca da vino, zucca bottiglia o cocozza), fin dai tempi più antichi si utilizzano le scorze opportunamente svuotate come vasi, fiaschi e borracce in cui conservare, per breve periodo, acqua, vino o altri liquidi (cfr. Plin. Nat. Hist. XX, 69). Forse questo tipo di utilizzo è celato già nel nome che probabilmente deriva dal greco λάγυνος/làgenos, fiasca, bottiglia, derivante a sua volta da λαγών/lagon, spazio vuoto).

Le lagenarie vengono inoltre utilizzate per fabbricare strumenti musicali e, ancora in diverse parti del mondo soprattutto dall'Africa subtropicale, astucci penici poiché di forma adatta o appositamente adattata – per inserire e celare il membro virile.

Nel mondo classico, delle lagenarie parlano autori antichi come il medico Dioscoride, che la definisce “il balsamo dei guai” (I sec. d.C., Diosc. Mat. Med. II), l'agronomo Columella che da consigli per la sua coltivazione (I sec. d.C., Col. Agr. X, 381-385) e il poeta Marziale (I sec. d.C.) che, in un suo ironico epigramma, descrive un pranzo a base di zucche, dall’antipasto al dolce, noioso come non mai, ma molto economico per l’anfitrione Cecilio (Mar. XI, 31):

 

Cecilio è l'Atreo delle zucche per quanto le fa a pezzi

e le divide in mille parti come se fossero i figli di Tieste.

Le mangerai subito per antipasto,

te le porteranno come prima e seconda portata

te le metteranno da parte come terzo piatto,

con loro si prepareranno dolci per la sera.

E il fornaio ne farà insipide focacce

da cui creerà svariate tortine

e datteri a forma di noce ben note al pubblico dei teatri.

Dalle zucche il cuoco farà nascere diversi manicaretti,

tali da credere che ti vengano servite lenticchie e fave;

imita funghi e salsicce, code di pesce salato e piccole sardelle.

Dalle zucche il dispensiere sperimenterà trucchi,

da bravo furbo,

per ricorrere a vari sapori,

confetti avvolti in foglia di lattuga.

E così si riempiono scodelle e piatti per il dolce,

piatti lunghi e profondi.

E si parlerà di pasto sontuoso, di buon gusto,

spendendo un solo asse per così tante portate.”

 

Nella sua Naturalis Historia, il naturalista Plinio (I sec. d.C.), che per primo utilizza il termine cucurbita, ne sottolinea la somiglianza con i cetrioli almeno nella coltivazione, descrive esattamente svariate qualità della lagenaria dividendole in due grandi gruppi a seconda della tipologia di coltura (plebeiae o comuni, cioè quelle che si espandono sul terreno e camarariae, cioè quelle che si sviluppano sui pergolati) e fornisce anche molte ricette sia per l'utilizzo a scopo terapeutico che culinario (Plin. Nat. Hist. XIX, 69; XX, 7).

Infatti, anche se alcuni medici antichi, come Crisippo, condannavano le zucche come cibo (cfr. Plin. ib.) di sicuro erano molto apprezzate in cucina sia dai Romani che dai Greci e dagli Etruschi prima di loro, trionfavano nelle mense patrizie (numerose ricette si trovano in Ap. De re Coq. III, 4) e il loro gusto dolciastro ben si prestava a combinarsi con il garum, la salsa a base di pesce fermentato molto in uso tra i Romani.

Un riferimento alla zucca nostrana è nascosto anche in Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις, dal termine greco κολόκυνθα/kolókyntha, zucca), l'unica opera satirica di Seneca (I sec. d.C.), scritta contro Claudio con riferimento alla fama non certo lusinghiera del Cesare, chiaramente espressa dallo stesso Seneca dopo che il senato decretò la divinizzazione dell'imperatore immediatamente dopo la morte. Il titolo dell'opera è infatti un gioco di parole tra apoteosi (letteralmente trasformazione in theos – divinità) e apokolochintosi (trasformazione kolókyntha – zucca) perché la divinizzazione di Claudio fu un evento che, dietro la maschera di ufficialità, aveva suscitato le ironie degli stessi ambienti di corte e dell'opinione pubblica (Cassio Dio LX, 35).

di Maura Andreoni