Ab ovo usque ad mala

Di antichissime origini asiatiche, la mela è stata forse il frutto più ricorrente negli scritti e nella storia culturale dell’uomo fin dall’antichità. Parliamo in realtà di un falso frutto, in quanto il vero frutto è il torsolo e la parte che noi mangiamo è il ricettacolo.

Viene ricordata come simbolo del peccato originale,

il frutto proibito mangiato da Adamo tentato da Eva disobbedendo a Dio, ma in realtà le Sacre Scritture non specificano quale fosse il frutto dell’Albero della Conoscenza posto al centro del giardino dell’Eden. Si parla infatti di "frutto", senza ulteriori specificazioni e peraltro, in altre culture, il frutto tentatore è il fico, molto dolce e quindi in grado di corrompere. Guarda caso, proprio il fico è anche il frutto dell'unico albero esattamente specificato nella Genesi.

Tradizionalmente però, complici anche probabili errori dei copisti medievali e la coincidenza lessicale del termine latino malum (derivato a sua volta dal greco) inteso come “pomo, frutto tondo”, e malum inteso come “male”, a partire dall'Alto Medioevo questo frutto viene indicato nelle fonti e rappresentato nelle iconografie come una mela e anche in alcune nature morte dei secoli a venire, raffiguranti tavole imbandite, non è difficile scorgere una o più mele, talvolta con evidenti segni di marcescenza, che intendono alludere proprio al peccato originale.

Per essere precisi però, per identificare i vari tipi di pomi, in latino e in greco si aggiunge un aggettivo e si ha così il malum cydonium (mela cotogna), il malum granatum o punicum (melograno), il malum persicum (pesca) etc..

L'associazione tra “mela” e “male” ha radici antiche: già nel mondo pagano la mela aveva infatti fama di frutto tentatore ed era simbolo della bellezza femminile. Il “pomo della discordia” che Paride dovette assegnare alla più bella tra le dee, infatti era proprio una mela.

Il mito racconta che al banchetto delle nozze fra l’umano Peleo e la divina Teti, futuri genitori di Achille, solo una dea non era stata invitata: Eris, la Discordia, per timore che, a causa del suo carattere astioso e invidioso, rovinasse la festa. Ma Eris, furiosa per l'esclusione, si presentò di nascosto e decise di punire le divinità presenti lanciando al centro del banchetto una mela d’oro destinata esplicitamente “alla più bella”, τη καλλίστη. Nacque la discordia fra le divinità femminili Afrodite, Hera, Atena, e Zeus, incapace di far cessare la lite, ricorse al giudizio umano di un giovane pastore, Paride (un principe troiano, esposto appena nato sul monte Ida per tentare di allontanarlo dal destino funesto che gli era stato preannunciato).

Paride decise la vittoria di Afrodite, che gli promise in dono il cuore della bella Elena, moglie di Menelao re di Sparta, fatto che poi fu all'origine della Guerra di Troia. La storia del giudizio di Paride è brevemente accennata nell'Iliade ed è raccontata, nell’antichità classica, in una lirica di Ovidio, in una favola di Igino e da Luciano.

Nella mitologia greca ebbe a che fare con le mele anche Eracle, sottoposto alle famose dodici fatiche. Nell'undicesima fatica, Eracle dovette procurarsi tre mele dal giardino delle Esperidi, ninfe della Sera, dove cresceva un albero protetto costantemente dal serpente Ladone. Erano le bellissime mele che Gea/Gaia (la Terra) aveva regalato a Hera come regalo di nozze quando sposò Zeus ed Hera le aveva messe in quel giardino protetto da Ladone perché alcune ninfe avevano l'abitudine di saccheggiarlo. Per raggiungere il suo obiettivo, Eracle chiese aiuto ad Atlante che, secondo alcune versioni del mito, era il padre delle stesse Esperidi, offrendosi di sostituirlo per qualche momento a sorreggere la volta celeste, punizione inflittagli da Zeus per essersi alleato con il padre Crono, che guidò la rivolta contro gli dei dell'Olimpo.

Atlante acconsentì, ma quando ritornò non volle più prendere su di sé il peso del mondo ed Eracle dovette ricorrere all’astuzia per liberarsene a sua volta .

E' possibile che la mela del giardino delle Esperidi fosse una mela cotogna, in greco crysomelon, ovvero “mela d'oro” e anche i pomi scolpiti tra gli altorilievi del tempio di Zeus ad Olimpia sono stati identificati come tali.

Fu ancora una volta grazie alle mele provenienti dal giardino delle Esperidi che sbocciò l’amore fra Atalanta ed Ippomene: Atalanta, figlia di Iaso re dell'Arcadia (o, secondo altre versioni, di Menalo, eponimo del monte) fu ripudiata dal padre perché femmina ed esposta sul monte Partenione, dove venne dapprima allevata da un'orsa e poi da una famiglia di cacciatori. Diventata adulta, Atalanta, che era invincibile nella corsa, si dedicò alla caccia in onore alla dèa Artemide e decise di non sposarsi perché un oracolo le aveva predetto che, una volta sposata, avrebbe perduto le sue abilità. Trovandosi però costretta a ricevere offerte di nozze, promise di sposarsi solo con chi l'avesse battuta in una gara di corsa. Nessuno ci riuscì, anzi tutti i pretendenti furono uccisi dalle frecce scagliate, in corsa, da Atalanta stessa. Arrivò poi Melanione (o Ippomene) mitico eroe beotico, che, prima di cimentarsi nell'impresa, invocò l'aiuto di Afrodite. Afrodite gli donò tre pomi d'oro colti nel giardino delle Esperidi e la soluzione per vincere: durante la gara, quando sarebbe stato in pericolo di venir sorpassato da Atalanta, Ippomene avrebbe dovuto lanciare uno dei tre pomi, la ragazza, irresistibilmente attratta, si sarebbe indugiata un istante a raccoglierlo e il giovane avrebbe potuto frattanto distanziarla e vincere la gara. Così avvenne e i due si sposarono ma, nella sua felicità, Ippomene dimenticò di offrire sacrifici di ringraziamento ad Afrodite. La dèa, adirata, indusse i giovani sposi a violare con le loro effusioni amorose la sacralità di un bosco dedicato ad un'altra dèa, Cibele, e quest'ultima, indignata, li trasformò in leoni che aggiogò al proprio cocchio. La fonte letteraria più cospicua di questa leggenda beotica è rappresentata da Ovidio.

Anche i Romani furono particolarmente affascinati da questo frutto e sebbene la loro mitologia non sia ricca di elogi nei suoi confronti come quella greca, sappiamo che essi si appassionarono molto alle tecniche di coltivazione, raccolta, conservazione e consumo dei frutti per la loro bontà, le virtù terapeutiche riconosciute dai più celebri medici del tempo e per altri utilizzi, non da ultimo quello per la creazione di unguenti e profumi.

Nella sua Naturalis Historia, Plinio (I sec. d.C.) ne descrive una ventina di varietà facendole derivare tutte dal melo silvestre e dal melo cotogno e classificandole secondo la loro origine (Armerina, Greca, Siriaca, Epirotica, ecc.), il nome delle gentes dei grandi proprietari terrieri che le coltivavano (Appiana, Scaudiana, Quiriana ecc.), il loro aspetto (Gemella, Orbicolata, ecc.) e le loro particolarità (Melimela, Spadonia, Farinacea, ecc.).

Attingendo notizie anche da altre opere precedenti o quasi coeve (come il De Agricultura di Catone, il De Rustica di Varrone, la Res Rustica di Columella), Plinio parla anche delle regole di potatura, raccolta e conservazione e ricorda che gli Etruschi erano abilissimi negli innesti.

Sempre un po' distaccate dalle altre, sono le descrizioni della mela cotogna, già cantata da poeti come Stesicoro (VII sec. a.C.) e Ibico (VI sec. a.C.) e considerata un toccasana per moltissimi mali, per gli avvelenamenti e per combattere la sterilità.

Del resto anche Plutarco (II sec. d.C.) ricordava che ad Atene, un decreto di Solone (VII/VI sec. a.C.) suggeriva alle spose di mangiare una mela cotogna prima di coricarsi la prima notte di nozze per favorire la fertilità e probabilmente a causa di questo retaggio culturale ancora vivo nel Rinascimento, spesso si può scorgere la pianta del melo cotogno nei dipinti matrimoniali.

Inoltre, sempre secondo quanto riportato da Plinio, un ramo dell'albero di mele cotogne tagliato e piantato nel terreno ne farebbe nascere subito un altro e per questa credenza, nei futuri dipinti rinascimentali a carattere religioso, alla mela cotogna raffigurata tra le mani di Gesù verrà associato il significato di “resurrezione”.

Agli antichi scrittori e naturalisti naturalmente non sfuggì la loro delicata peluria che fu poeticamente descritta anche da Aristofane (V sec.a.C.) e Marziale (I sec. d.C.) e dall'Edictum de Pretiis di Diocleziano (302 d.C.) si sa che le mele cotogne 20 costavano 4 denari, in linea con la frutta e gli ortaggi più comuni.

La mela in genere era molto apprezzata anche in cucina e dal De Re Coquinaria di Apicio (opera compilata nel III/IV sec. d.C. che tradizionalmente raccoglie circa cinquecento ricette del gastronomo vissuto nel I sec. d.C.), ne vediamo un utilizzo sparso tra antipasti, piatti a base di carne, pesce, contorni e, naturalmente, dolci.

Era la frutta per eccellenza servita a fine pasto e il modo proverbiale “Ab ovo usque ad mala” citato da Orazio con il quale i Romani indicavano l'inizio e la fine dei pasti, equivalse presto anche a dire “dall’inizio alla fine, senza interruzione”. 

di Maura Andreoni