Silenzio e infanzia in una foglia di pesco

C'è un albero che “ha foglie simili alla lingua humana e i suoi frutti rassimigliano il core, come che la lingua manifesti quello che è nel core [...]” (V. Cartari, Imagini delli Dei de gl'antichi I, Venezia 1556) e nell'antichità veniva consacrato a un dio pagano molto particolare. L'albero è il pesco, Prunus persica L., e il dio era Arpocrate, il dio del silenzio e dell'infanzia e ancora oggi, per la loro rosea morbidezza, le guance dei bambini vengono paragonate ai suoi frutti.

 

Silenzio e infanzia, strano abbinamento. Vediamo perché: secondo il grammatico romano Festo (II sec.d.C.), il termine silentium (da silere = tacere, non far rumore) deriva dal suono inarticolato “SSS”, con il quale si fa spontaneamente segno di non parlare. Alle sue parole Apuleio (II sec. d.C.) aggiunge la descrizionre dell’avvicinamento del dito alla bocca, interpretando erroneamente, come già molti altri autori prima di lui, il tipico gesto del dio egizio Arpocrate cioè Harpachered, Horus il Bambino.

“Erroneamente” perché, nella sua origine egizia, questo gesto non significava il silenzio ma il processo vitale e la crescita mediante l’alimentazione (e in seguito anche la trasformazione dell’individuo nell’ambito dei misteri dionisiaci). Nell'area greca e romana invece, dove il culto del dio egizio Arpocrate venne presto adottato, esso prese a rappresentare il dio del silenzio e del segreto sebbene questa prerogativa fosse propria anche di Hermes, l'incarnazione divina della mediazione e della comunicazione compresa la preliminare imposizione del silenzio.

In tutto l’impero romano furono trovate moltissime immagini fittili del dio destinate ai culti domestici ed esso è sempre rappresentato con il dito alla bocca e spesso cinto di un mantello cosparso di occhi e di orecchie. Tale mantello si ritrova descritto anche nel summenzionato Le imagini dei dèi antichi, dove il Silenzio è raffigurato come un giovinetto senza faccia ma con un cappello e avvolto da una pelle di lupo “quasi tutta coperta di occhi e di orecchie, perché bisogna vedere e udire assai, ma parlare poco”. Ai suoi piedi, rami di pesco.

Il pesco è un albero originario della Cina, dove veniva coltivato già 4000 ani fa e da millenni è considerato simbolo d'immortalità. Dall'oriente il pesco giunse in Persia (da cui restò il nome greco e latino μῆλον περσικόν e malum persicum) e quindi in Grecia, grazie ad Alessandro Magno che lo vide per la prima volta durante la sua spedizione contro la Persia nei giardini di re Dario III (IV sec. a. C.) e ne rimase talmente affascinato tanto che con i suoi rami volle coronare i vincitori. Questa per lo meno è la versione dataci nella sua Opus Agriculturae da Secondo Rutilio Tauro Emiliano Palladio, scrittore romano del IV sec. d.C. ed egli stesso ricco proprietario terriero.

A partire dal I sec. d.C., dalla Grecia arrivò a Roma, da dove poi si diffuse in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. Alberi e frutti di pesco sono rappresentati in molte pitture parietali delle case di Pompei ed Ercolano e molto spesso facevano bella mostra di sé nei c.d. horti picti e nei mosaici decorativi delle grandi villae e domus patrizie sparse in tutto l'impero.

Già i Romani ne coltivavano diverse varietà e Marziale (I sec. d.C.) dà notizie dei primi incroci per ottenere frutti più gustosi e precoci: “Sui rami materni eravamo vili pesche, ora siamo pesche care da quando passammo a rami adottivi” (Mar. XIII, 46).

Secondo Plinio le pesche migliori erano le duracine (“[...] Non si trova in nessun luogo qualcosa che abbia [...] maggior quantità di frutto [...]”) e Apicio, il gastronomo per eccellenza di quei tempi, consiglia di servirle fresche come antipasto (“Pulisci pesche piuttosto dure. Falle a pezzi, scottale, mettile in padella bagnate di poco olio e portale in tavola con salsa di cumino”, Ap. Re coq. IV, 5-47) o conservarle in un barattolo coperte di aceto, sale e santoreggia dopo averle lasciate un giorno in salamoia (Ap. Re coq. I 12-17).

Sempre secondo Emiliano Palladio, Giuliano, l'ultimo imperatore romano pagano (IV sec. d.C.) fece abbattere gli alberi di pesco in tutto il territorio imperiale a causa del detto biblico che Gesù Cristo si fosse rifugiato sotto un pesco con la famiglia mentre fuggiva in Egitto.

Nei dipinti con la Vergine Maria e il Bambino Gesù infatti, le pesche rappresentano, talvolta sostituendo le mele, sia la Salvezza che la Redenzione e spesso ricorrono anche come attributo della Verità e della Temperanza perché si riteneva che il loro consumo attenuasse gli effetti di un uso smodato di vin

di Maura Andreoni