L'albero degli alberi

 Il più antico oracolo greco era una quercia sacra a Zeus e si trovava a Dodona in Epiro. Secondo quanto narra Omero nell'Odissea (IX/VIII sec. a.C.), anche Ulisse vi si recò  “per udire dalla quercia divina di alte fronde il volere di Zeus” e nella sua Periegesi della Grecia, Pausania (II sec. d.C.) conferma che “in quella quercia c'era un oracolo le cui profetesse erano donne. Chi veniva a consultarlo, vi si avvicinava e l'albero si agitava […], poi le donne prendevano la parola dicendo: Zeus annuncia la tal cosa o la tal'altra”.

                Secondo Erodoto (V sec. a.C.), all'origine della fondazione dell'oracolo vi  erano due colombe nere che partirono da Tebe, in Egitto: una giunse in Libia e fondò l'oracolo di Ammone, l'altra arrivò in Epiro e fondò quello di  Dodona. Questa la spiegazione data allo storico greco direttamente dalle sacerdotesse di Dodona, dette péleiades, colombe, in ricordo di quegli uccelli, ma dai sacerdoti di Ammone precedentemente interrogati, Erodoto aveva avuto un'altra versione: secondo loro i Fenici avrebbero  rapito a Tebe due donne consacrate al dio: la prima sarebbe stata venduta in Libia, l'altra in Epiro ed entrambe avrebbero fondato nei luoghi di arrivo  un oracolo. Le donne sarebbero state chiamate “colombe” dai Dodonei perché erano“[...] barbare e sembrava che emettessero suoni come uccelli [...]” ed erano state descritte “nere” perché egiziane.

                Sulla quercia di Dodona si praticava anche un  altro tipo di divinazione, forse aggiunto successivamente a quello originario praticato delle sacerdotesse. Callimaco infatti (IV sec. a.C.) riferisce che i Selli, popolo dell'antico Epiro, interpretavano i suoni prodotti da paioli di bronzo appesi ai suoi rami: mossi dal vento, i paioli si urtavano, producendo un tintinnio che si ripercuoteva all'infinito.

                A parte i diversi metodi mantici e la loro origine, è indubbio che  l'associazione della quercia a Zeus s'impose a tutto il Mediterraneo grazie ai popoli indoeuropei ed essa divenne così  “l'albero degli alberi”, con  radici tanto  profonde da arrivare agli inferi e  rami tanto alti da toccare il cielo. Secondo alcuni studiosi, la quercia di Zeus a Dodona era probabilmente la farnia, Quercus ruber,  albero di  notevoli dimensioni (raggiunge i 35 metri), crescita lenta e  rinomata longevità.

                Di questa ed altre specie, in età antica  si sfruttava il legno durissimo, che veniva utilizzato per la costruzione delle navi. Per questo motivo i Romani chiamavano robur (da cui l'aggettivo robustus) sia la quercia che il vigore fisico e  morale.

                I frutti delle querce, le ghiande, sono state ritenute tra i primi alimenti degli uomini, anche se solo le ghiande del rovere (Quercus petraea), del leccio (Quercus ilex), della vallonea (Quercus ithaburensis subsp. Macrolepis) sono eduli. Si diceva che avessero proprietà fecondatrici e afrodisiache, del resto glans-glandis in latino indica sia la ghianda che il pene.

                Con la farina delle ghiande eduli, mischiata ad un particolare tipo di argilla e cenere, si produceva un pane che Plinio (I sec. d.C.), descrive dal sapore asprigno e che veniva mangiato soprattutto dai Sardi come surrogato del pane d’orzo e  frumento nelle cattive annate. Il pane di ghiande è documentato anche nei nostri borghi rurali, dove veniva consumato fino a circa settant'anni fa.

                Teofrasto (IV/III sec. a.C.) diceva che, fra tutti gli alberi,  la quercia era quello che dava il numero più alto di prodotti: oltre alla farina di ghiande se ne ricavavano infatti anche le galle, escrescenze provocate da punture di insetti, che venivano utilizzate nella concia delle pelli, nella produzione delle tinture, in medicina per le proprietà astringenti e come materiale a lenta combustione per l'accensione delle lucerne.

                Le sue fronde offrivano rifugio e cibo a molti animali e insetti, tra cui le cicale (che i Greci chiamavano dryokòitai  = quelle che dormono nelle querce) e soprattutto a due specie di ninfe, considerate le vere e proprie anime degli alberi di cui incarnavano la forza e il rigoglio vegetativo: le driadi e le amadriadi. Le driadi non facevano corpo unico con gli alberi, ma potevano muoversi liberamente, danzare, unirsi anche con semplici mortali e abbandonare  le piante, per cui era proibito abbattere una quercia prima che i sacerdoti le avessero ritualmente allontanate; le seconde invece, morivano quando moriva la quercia, ma poiché l'albero era ritenuto millenario, le si considerava quasi immortali.

                Anche a Roma la quercia era dedicata al padre degli dèi e nel tempio di Vesta  la fiamma perpetua, simbolo stesso di Roma che le Vestali mantenevano sempre accesa, doveva essere alimentato solo con la sua legna. Per la cronaca il sacro fuoco venne spento nel 391 d.C. quando Teodosio  proibì la pratica di riti pagani e impose il Cristianesimo come unica religione dell'impero.

                Quest'albero era anche simbolo di sovranità: una corona di foglie di quercia era propria delle insegne degli antichi re di Alba Longa e in seguito di quelli di Roma e prima dell'età imperiale, in occasione delle uscite pubbliche, sul capo dei magistrati e degli imperatores, cioè dei comandanti vittoriosi che avevano celebrato il trionfo, uno schiavo reggeva una pesante corona di auree foglie di quercia.

                Di autentiche foglie di quercia era invece intrecciata la corona civica, assegnata a quegli uomini che, con il proprio intervento, avevano salvato la vita di uno o più cittadini romani (ob cives servatos). Era detta anche corona querquensis e creava un particolare legame tra il salvatore e il cittadino salvato. A differenza delle altre corone, la corona civica poteva essere attribuita anche al di fuori del contesto militare e  chi la riceveva la poteva portare per sempre, ricevendo segni di onore e riverenza pubblica, il privilegio di sedersi nei posti vicino ai senatori negli spettacoli circensi e di godere con il padre e il nonno paterno dell'esenzione da qualunque onere fiscale.

                A più di due millenni di distanza, foglie d'ulivo e quercia sono state utilizzate anche nella composizione dell'emblema della nostra Repubblica: la quercia  simboleggia la forza e la dignità del popolo italiano e l'olivo rappresenta la volontà di pace della nazione.

di Maura Andreoni