Fiore di carta rigida, dentato

“Fiore di carta rigido, dentato [...] che snello sorgi dal cespo, come un serpe alato da un capitello[..]”. Con queste parole Giovanni Pascoli cantò in Myricae (1891, Myr, XV, 1) il fiore di una pianta che fin dai tempi più antichi era apprezzata per la sua eleganza, diffusamente utilizzata nelle decorazioni di giardini e case e onnipresente nei repertori di tutti i domini dell’arte: l’acanto. 

L’acanto è una pianta erbacea mediterranea di notevoli dimensioni, che produce fusti fioriferi al centro di una grossa rosetta di grandi foglie profondamente divise le quali, soprattutto nell'Acanthus spinosus o spinosissimus (tipico dell'Europa orientale), hanno le estremità marcatamente appuntite.

Questa caratteristica è evidente anche dall’etimologia greca, ἄκανθα (“spina, cardo”), che a sua volta si ricollega alla mitologia greca e al destino di una ninfa, Acanto appunto, legato a due divinità solari: Elios e Apollo.

Secondo una prima versione del mito, la ninfa amò, profondamente ricambiata, Elios il quale, per conservarne il ricordo dopo l'improvvisa morte dell'amata, la trasformò in una pianta spinosa e amante della luce solare. 

Una seconda leggenda narra invece che della ninfa si innamorò Apollo il quale però, non essendo corrisposto nel sentimento, si vendicò trasformando l’oggetto del suo amore  in una pianta coperta di spine e dipendente dal Sole.

Un altro mito però collega la pianta non ad Acanto ma ad Acantide, una divinità minore che presiedeva ad un terreno coltivato a cardi e che, alla morte violenta di uno dei suoi amati fratelli, per pietà divina fu trasformata in uccello, il lucherino (l'acantide degli antichi), che fa il nido per lo più tra i rovi e si nutre dei frutti di piante spinose.

Mitologia a parte, notizie sulla pianta dell'acanto le troviamo naturalmente anche nelle fonti letterarie e sono decisamente più realistiche: Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) la descrive come una “pianta da giardini e da città, che riveste con le foglie larghe e lunghe le sponde delle aiuole e i rialzi dei terrapieni” e di cui si conoscevano “due varietà: una – più bassa – spinosa e crespa, e una liscia , chiamata da alcuni pederote (= che ama i fanciulli), da altri ancora melanfillo (= dalle foglie scure)” (Plin. N.H. XXII, 34).

Un centinaio di anni prima, Virgilio aveva immaginato Elena di Troia drappeggiata con un peplo bianco con gli orli ornati di foglie d’acanto e faggio (Virg. Aen., I, 1016-1022) e spesso ne descriveva l’elegante flessuosità (Virg. Buc. III.45), caratteristico aspetto dell'Achantus mollis, il più diffuso in Italia, ribadito anche da Plinio il Giovane quando descrive i giardini delle sue ville (Plin. (Y) Ep. V, 6, 14):

 “… Si scende dalla terrazza lungo un pendio adorno di bosso, intagliato a formare figure di belve che combattono tra loro, fino ad arrivare ad un prato ricoperto di morbido, direi quasi liquido, acanto e circondato da un vialetto chiuso da sempreverdi potati in diverse forme….

            In quanto pianta spontanea che cresce rigogliosa anche in terra non coltivata, l’acanto fu considerata simbolo di verginità e, secondo la tradizione, fu proprio questa pianta ad ispirare l’architetto Callimaco (V sec. a.C.) per la creazione dell’ordine corinzio. Narra infatti Marco Vitruvio Pollone (I sec. a.C.) che, per creare quel nuovo stile, l’artista greco si ispirò ad una offerta votiva sormontata da una lastra ricoperta da una pianta d’acanto, lasciata su un sepolcro di una giovanetta corinzia al fine di prevenire furti (Vitr. De Arch. IV, 1, 9-10) .

            Prima del periodo romano, in Grecia l'ordine fu usato sempre abbastanza moderatamente e l'esempio più antico che si conosca di colonna corinzia si trova nel tempio di Apollo Epicurio a Bassae nella Messenia (Peloponneso) della seconda metà del V sec. a.C..

            Nell'Italia romana si diffuse con caratteristiche locali a partire dall'età repubblicana e in epoca augustea quest'ordine, e in genere tutte le decorazioni con motivi dell'acanto, vennero utilizzati con forte valore simbolico in relazione alla propaganda augustea di un ritorno all'età dell'oro e all'elegante sobrietà del mos maiorum, il costume degli antenati. Un esempio per tutti: il fregio dell'Ara Pacis Augustae a Roma.

            Oltre che nell'architettura greco-romana, le foglie d’acanto si ritrovano molto spesso rappresentate  in fregi e fasce ornamentali di pareti e mosaici pavimentali, in sculture, nell'intarsio su legno, nei tessuti, nei manoscritti miniati, insomma è una delle piante più rappresentate nell'arte di tutti i tempi.

            Ma l'acanto non era solo bello, era anche utile e la medicina dell'antichità ne consigliava l'infuso per numerosi usi. Dioscoride Pedanio e Plinio (entrambi del I sec. d. C.) lo reputavano diuretico, efficace contro irritazioni viscerali, bruciature,  lussazioni, fratture e slogature e perfino utile come rimedio preventivo della tubercolosi polmonare.

Nel Medioevo le proprietà terapeutiche della pianta sembrano essere state completamente dimenticate, ma dall’età moderna, e poi nella contemporanea erboristeria, essa, così ricca di sali minerali, mucillagine, glucosidi, tannino, resine e sostanze amare con grandi proprietà coleretiche,  vulnerarie ed emollienti (che hanno fatto di questa pianta anche il simbolo della dolcezza), continua ad essere  utilizzata per uso esterno per la cura di molti disturbi.

di Maura Andreoni